L’ARMA VIRALE E LA FENOMENOLOGIA DELL’IDOLATRIA DI MASSA (su “Joker” di Philips e “C’era una volta a… Hollywood” di Tarantino)

Esistono ragioni della massa che la ragione non conosce. Non esiste altra spiegazione al brulicare di opinioni comuni contrastanti quando non addirittura diametralmente opposte a quelle avanzate da chi sembra avere più competenze, riguardo ad un determinato campo. Avete mai compreso realmente cosa significhi discostarsi dalla posizione della suddetta massa, proponendo una visione alternativa di ciò cui ci approcciamo, sia essa un’opera d’arte, sia essa qualcosa di più profano? Si rischia il linciaggio sociale, mediatico, culturale insomma. Si rischia l’emarginazione intellettiva e intellettuale, o per sottovalutazione (qualora, pur nella sua condizione di superiorità tematica e argomentativa, il vero esperto del settore in questione venga rigettato dalla communis opinio e ignobilmente approcciato con stupida supponenza) o per eccesso di valutazione (nel caso in cui la persona da dover ascoltare sia considerata inarrivabile nelle competenze estetiche o interpretative e dunque fin troppo alieno alla sacrosanta communis opinio). Ma dove sta scritto che ad aver ragione è l’esperto, consacrato ad uno statuto più elevato, e non magari il profano, condizionato da ciò che viralmente circola tra i media di ogni genere e che egli stesso alimenta rincarando la dose di futili e vanissime considerazioni personali? La verità, piuttosto, è un’altra: l’esperto, il vero critico, una volta appurato che sia realmente competente e non solamente un ciarlatano come tanti, è una persona comunissima, dotata di un intelletto né più altezzosamente sofisticato né superiore rispetto agli altri. Semplicemente ha consacrato la propria vita alla visione di opere, al teatro, al cinema o all’arte tout court. Approcciarsi ad un critico senza innalzarlo eccessivamente o interrarlo inesorabilmente è atto di somma umiltà, perché ponendosi sullo stesso piano dell’interlocutore ci si dispone a confrontarsi sinceramente e a farsi coinvolgere e persino persuadere, se necessario. Esiste però una seconda verità, ancora più incontrovertibile: la facoltà di giudizio, le capacità ermeneutica ed esegetica rispondono ad una ferrea normalizzazione. La bellezza, come l’Ottocento filosofico ci ha confermato, non è soggettiva. Lo è senz’altro la piacevolezza, quel coacervo insomma di combinazioni estetiche e culturali che creano nel fruitore di un’opera reazioni chimiche ed emozionali, inerenti, ciascuna di esse, alle esperienze del proprio vissuto. La bellezza propriamente detta, quell’istanza insomma che scava nelle viscere del recondito senso estetico, primordiale ma allo stesso tempo di impronta iniziatica, non può invece essere viziato da alcuna traccia di soggettività. Il giudizio estetico risponde dunque ad una grammatica dell’interpretazione, ad una più o meno rigida (esistono di certo le eccezioni e le accezioni artistiche) grammatica valutativa. La bellezza è oggettiva perché tangibile, riconoscibile, identificabile per natura. In caso contrario, non esisterebbero i capolavori, non esisterebbero gli artisti. Tuttavia la cultura di massa provoca, nella sua incontrollabile deriva cumulativa – e ingorda – di valutazioni e sentenze epifonematiche (non si tratta quasi mai di argomentazioni: la massa comunica per frasi concise e dichiaratamente incontrovertibili), un processo di natura opposta a quello da noi analizzato. La piacevolezza, specialmente se corroborata da illustri avalli, viene fraintesa e scambiata per bellezza bell’e buona. Travisando, accantonando le naturali norme del giudizio critico, dimenticando per un attimo la grammatica del bello. E pronunciando indebitamente quell’abusata, patetica e terribile parola senza comprenderne il vero significato: “capolavoro”.

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Perché questa boriosa manfrina di natura puramente teorica? Perché tutto il mondo cinematografico, in quest’ultimo mese e mezzo, si è raccolto intorno ad un unico film, ad un unico personaggio, ad un solo fenomeno di massa, inneggiando ad esso e gridando, giustappunto, all’assoluto capolavoro: Joker. Il film di tale Todd Philips, regista che abbiamo apprezzato per la scanzonata e dissacrante trilogia comica Una notte da leoni, si è cimentato questa volta in un film pseudoautoriale; un film a metà tra cineforum da salottino intellettualmente impegnato e disimpegnata visione il lunedì sera tra amici; tra tentativo di realizzare arte e nello stesso tempo intrattenimento; insomma, né carne né pesce! Non vogliateci male, ma questo Giocher è un film monco, un’incompiuta pur nella sua saturazione cerebrale da due ore piene. Diciamo ciò in virtù della grammatica, nel caso specifico cinematografica, di cui sopra. L’opera in questione presenta una sceneggiatura vacante. Anzi, a dirla tutta, sembra non presentare affatto tale istanza cinematografica (lo ricordiamo: essa rappresenta le fondamenta della realizzazione di ogni film che si rispetti; chi tenta di evitare questo passaggio, considerandolo obsoleto, non fa sfoggio d’avanguardia, ma di degenerazione artistica). Il film è completamente affidato ai soli primi piani sul protagonista, il nostro Gioacchino Fenice, e alle sue espressioni, alla sua mimica facciale, alle sue risate isteriche. Tutto quanto emani dalla sua personalità titanica davanti alla telecamera sembra far brodo. Un brodo tuttavia mescolato e rimescolato, con una eccessiva e reiterata riproduzione di medesime sequenze in momenti diversi del film (quegli odiosi balletti!), a ricreare magari, persino esteticamente e mediante una fattuale coazione a ripetere di natura psicoanalitica, quelle turbe mentali di cui il protagonista sembra soffrire. Ma non crediamo affatto che il regista sia arrivato a concepire tale considerazione. Piuttosto crediamo che Philips abbia pensato di ottenere, molto più prosaicamente e furbescamente, il massimo risultato col minimo sforzo. Conscio della comunque indiscussa bravura dell’attore, il regista sembra essersi accidiosamente cullato sugli allori della possanza attoriale, lasciando ad essa, con colpevole noncuranza, un parossistico arbitrio e mettendo da parte, giocoforza, un adeguato sviluppo narrativo, una storia più coinvolgente, per non parlare di montaggio e, naturalmente, di sceneggiatura. I dialoghi, nel caso specifico, rappresentano quanto di più scontato possa partorire la penna del più sciagurato degli sceneggiatori. Dalla bocca di un terribile e neonato criminale fuoriescono luoghi comuni che non danno alcuna profondità al personaggio, facendolo decadere dal piedistallo della magnificenza scenica, facendolo scadere. Anche qui potrebbe essere mossa un’obiezione: i paladini del film replicherebbero a questa nostra critica adducendo come argomento a favore della loro difesa d’ufficio il fatto che il regista, sconsacrando il personaggio con discorsi volutamente infantili, volesse presentarcelo come uno sconfitto molto poco affascinante agli occhi dello spettatore, al fine insomma di evitare ogni coinvolgimento emulativo (avvenuto comunque, quest’ultimo, sentendo i pareri a caldo della gente uscita dalla sala). Ma allora perché affidare una rivalsa sociale senza precedenti, una rivolta degli ultimi, dei vinti e reietti dell’ambiente metropolitano ad un personaggio così piccolo? Il film sembra dunque partire da un atteggiamento empatico, relativamente al protagonista, quasi come se il regista volesse incoraggiare se non addirittura sobillare l’indole sempre più riottosa di Giocher per finire, poi, col tracciare un quadro miserrimo dello stesso. Pensando al messaggio ultimo di questo film e alla sua valenza sociale, appare a tratti così fazioso e politicizzato, senz’altro qualunquista e banalmente blaterante, che il regista sente la cerchiobottista necessità di smussare qualche spigolatura tanto beceramente sinistroide (facendo affermare al protagonista, per esempio, che la sua non è una presa di posizione politica come per il resto della popolazione, quando conosciamo benissimo il suo godimento, visivamente espresso da smorfie di compiacimento, derivante dalla nascita del movimento sovversivo che mette a ferro e fuoco Gotham).

Il film presenta comunque note positive, come la meravigliosa colonna sonora. E risulterebbe persino piacevole se il regista ci confermasse che le due ore di visione rappresentano solo un sogno del protagonista Arthur, eventualità che giustificherebbe la sciatta sceneggiatura (ma è chiaro che la discriminante per decretare la bellezza o la vanità di un film non può fondarsi su quest’ultimo fattore) e che incrementerebbe l’idea di incondizionata e irrimediabile sconfitta degli ultimi della classe. Affascinate risulta altresì il tentativo di realizzare un film che si opponga, per messinscena e per impronta politica, ai tre Batman di Nolan, facendo da contraltare al classismo imperante in quest’ultima trilogia. Ma anche nel caso in cui ci si sforzi a vedere in quest’opera un buon film, sarebbe comunque indubbia l’impossibilità di definirlo un capolavoro. Eppure tutto il mondo lo ha fatto, la massa lo ha eletto film dell’anno, del secolo. E non esiste film più lontano da tale categoria artistica…! E del parer di massa, questa volta, hanno partecipato persino i critici togati e parecchi addetti al lavoro. Ma, a nostro giudizio, neppure quella che è considerata a furor di popolo la punta di diamante del film, vale a dire l’interpretazione del caro Gioacchino Fenice, è da considerarsi la migliore della sua carriera. Noi preferiamo per esempio la sua magnetica prova in The Master di Anderson o quella tesissima ne I padroni della notte di James Gray. Questa, a dirla tutta, è una delle peggiori. Non perché reciti male (questo sarebbe impossibile), ma una prova attoriale va analizzata nella sua interezza filmica. Non bastano le mimiche facciali, le danze – a detta di tutti – ipnotiche e misticheggianti, le risate in lingua originale. Non c’è nulla di straordinario nella presenza scenica di Phoenix questa volta, quella per lui è ordinaria amministrazione. E questo per un unico motivo: gli attori, soprattutto i grandi attori, sono delle prime donne che rivendicano un’autosufficienza artistica indiscutibile, ma non indiscussa. Perché in quanto galli in un pollaio di artigiani che sorreggono le riprese e la realizzazione di un film, credono di rivestirne il ruolo di colonna portante. In realtà, sono solo un anello, un singolo ingranaggio del sistema che potrebbe fare a meno di loro ma di cui essi non riuscirebbero a privarsi. E queste prime donne vanno indirizzate, accompagnate nel percorso attoriale, governate e ammansite. Altrimenti, lasciando libero sfogo alle loro smanie teatrali, diventano stucchevoli e il loro operato non è più funzionale alla causa cinematografica ma esclusivamente autoreferenziale. E non ci scalfiscono minimamente tutti quei discorsi, atti a legittimare la grandezza di un attore, sui sacrifici fatti in fase preliminare: dalla perdita di peso, all’apprendimento di gestualità e mimiche, allo studio del personaggio da interpretare e chiacchiericci vari. La valutazione estetica risiede nella e dipende puramente dalla fase performativa dell’attore. Non da quello che viene prima né da quello che segue. Solo il film può dirci del film (e dell’attore, in questo caso). In questa singolarissima circostanza è l’attore, viceversa, a dirigere il regista, a dettargli indebitamente i tempi, a sottometterlo. Esempio massimo di cinema minimalista (negli intenti) che risulta minimale (se non addirittura infimo, di fatto).

A tal proposito, inseriamo nella disquisizione un altro film, al centro del dibattito cinematografico degli ultimi tempi: C’era una volta a… Hollywood di Tarantino. Opera massacrata dal grande pubblico, dalla critica togata, da quella improvvisata e persino dagli stessi invasati “fanseggiatori” dello zio Quentin. Come può ben emergere dal preambolo, è (questo sì!) un gran film. Dalla pellicola, che offre maturi spunti di varia natura, soprattutto socio-politica, estrapoliamo innanzitutto ciò che lo avvicina, tematicamente ed esteticamente, al Giocher di cui sopra. Di Caprio nel film interpreta un “quasi divo” di Hollywood alle prese con una crisi artistica. Il film – aspetto sfuggito ai più – descrive, in maniera nemmeno tanto celata, il delicato passaggio da cinema classico a moderno (e, se vogliamo, postmoderno, di cui Tarantino è uno dei massimi esponenti). Nel caso specifico è presente una sequenza, all’incirca a metà film, in cui viene girata una scena che vede protagonista il nostro Di Caprio nelle vesti di un bifolco da classico western americano. Dopo parecchi tentativi di mostrare il proprio decaduto talento, vanificati dal frequente abuso di alcool, il nostro attore riesce finalmente a impressionare il regista nell’unico modo possibile, affidandosi, essendo incline alla smemoratezza dialogica e facendo di necessità virtù, alla trovata scenica del secolo: l’improvvisazione. Lo spettatore accorto sa che quel momento rappresenta, per il nostro protagonista, l’inizio di una nuova carriera, il suo ritorno alla ribalta, ma d’altro canto rivela una pericolosa metamorfosi dell’immagine dell’attore. Lo spartiacque rivoluzionario implica infatti una sopravvalutazione del ruolo dell’attore, che passa da comprimario (nell’organigramma filmico di ogni tempo) alla prima donna sopracitata, che si affranca persino dalla lettura e dal nobile lavoro di seri artigiani della parola. L’elevazione a sacro statuto di chi sta davanti alla macchina da presa comporta un atteggiamento lascivo nei confronti di ogni altro ambito che afferisca all’opera. Tutto sacrificato in nome del divo da réclame, davanti al quale persino il regista, oggigiorno, sembra prostrarsi. L’attante di tragica memoria diviene attore. Si sciacqua la bocca prima di parlare, si interessa di politica sbraitando contro il governo, ostenta le proprie doti, millanta di aver recitato sotto la neve in condizione febbrile e di aver perso decine e decine di chili da immolare sull’altare di onanistiche statuette dorate assimilabili alle divinità domestiche pagane (quei dannati Oscar). E il film? Chi parla più di cinema se persino gli addetti ai lavori danno adito a tali idiozie? E Tarantino ci dice proprio questo, che la tendenza al sempre maggiore realismo nel cinema di oggi coinvolge in modo malsano anche e soprattutto l’ambito attoriale, portando la critica a osannare un attore che improvvisa banalmente una scena piuttosto che focalizzare l’attenzione su professionisti che, partendo da una solida sceneggiatura, la ricreano o ricreano artisticamente il proprio personaggio, senza mai sostituirsi ad essa. E qual è per l’appunto il finale di carriera dell’ormai risorto Di Caprio, mostratoci genialmente nei titoli di coda da Tarantino? La pubblicità di un tabacco che egli stesso, accanito fumatore, disdegna terribilmente. Epilogo indegno, seppur nazional-popolare. È arte attoriale saper leggere la propria parte di sceneggiatura, saperla riprodurre mnemonicamente per poi, se necessario, solo se necessario, manipolarla senza renderla stucchevole. «Io resto sempre e comunque con Diderot e mai con Stanislavskij: non credete a quegli attori che parlano di transfert, di emozioni medianiche. È solo un mestiere e neanche dei più nobili, visto che si cerca di rendere vero il falso». A darci man forte sono le parole di Enrico Maria Salerno. Un grande attore che tuttavia, molto modestamente, riconosceva il talento artigianale ma non lo statuto artistico all’attore di ogni tempo. Quanto al nostro Phoenix, per chiudere il capitolo sull’interpretazione, possiamo dire a voce alta che è facile, fin troppo facile impersonare uno schizoide, che il film sia di Nolan o che la marca sia maggiormente autoriale e affrancata dall’ambito fumettistico. È pur sempre un cattivo, al massimo un buono che diventa tale; quindi, onestamente, fare incetta di premi vestendosi da folle pagliaccio, per di più avendo la pretesa di prendersi maledettamente sul serio, è una soddisfazione accessibile ai più e senz’altro mutila.

Dedicheremo il finale della nostra recensione all’aspetto politico dei due film. Come già accennato, Giocher offre una visione molto fanciullesca della società capitalista. Dipinta nel film, giustamente, come opprimente verso chi il capitale lo manovra, divenendone una consensuale pedina, ma ancor di più verso chi il capitale lo subisce senza esserne minimamente integrato nelle sue dinamiche. Tuttavia il film sembra seguire un’unica guida: il potere logora chi non ce l’ha, chi tenta il tutto per tutto per non rimanere inamovibilmente al proprio posto per tutta la vita, manifestando persino invidie e rancori puerili verso il sistema. Non crediamo sia sbagliato il contenuto del messaggio del film, quanto piuttosto la forma, la quale stravolge il tutto rivoltando il film come un calzino e, con esso, ogni buona intenzione. Come se fosse giustificata ogni azione anarchica perché alimentata da un malessere esistenziale, come se il malessere esistenziale fosse sufficiente per combattere il sistema. Servono le idee, quelle che il personaggio sciatto e monodimensionale del film di Philips non dimostra di avere.

Differentemente è trattata la questione politica da Tarantino, il quale rivisita la storia per appurare, questa volta in maniera riuscitissima rispetto ad altri suoi film, quanto stupido e fuorviante sia contingentare fenomeni sociali a claustrofobiche categorie politiche. Oggi quanto mai assistiamo ad una guerra ideologica fondata sullo spauracchio dei fasci littori, dei manganelli, dell’olio di ricino. Ma paventare un ricorso storico del genere, affibbiando certi epiteti ormai anacronistici a cialtroni per mano di altri cialtroni di egual livello (se non superiore) significa non saper leggere e interpretare la realtà in cui viviamo. Tarantino descrive una società in cui, già a fine anni ‘60, le posizioni si erano ribaltate: i reduci destrorsi e reazionari, presi di mira dal branco di scalmanati e invasati hippies, ammaestrati dal diabolico Manson, rappresentano in realtà, nel finale, la Resistenza. Gli Hippies stessi invece, emblema del progressismo incondizionato e sfrenato, propugnatori della sostituzione dell’ordine metafisico ed etico con uno da loro proposto, morale e sui generis, risultano essere l’incarnazione del totalitarismo culturale, del dispotismo ideologico di tendenza coercitiva e liberticida (quando non addirittura mortifera), che solo i cosiddetti fascisti – vivaddio! – riescono a debellare. Un grande e maturo monito del nostro Quentin per scongiurare ogni approssimativa e reazionaria (questa sì) tendenza a liquidare qualsivoglia considerazione di natura conservatrice e antiprogressista come fascista. Insomma, il nostro Quentin raccomanda cautela nel giudizio (la stessa cui dovremmo aggrapparci quando definiamo “capolavoro” un filmetto, manco fosse Orizzonti di gloria). Naturalmente, nemmeno i destrorsi sono gli eroi del film, ma di sicuro sono i buoni che si oppongono al male maggiore, rimanendo comunque atterrati dal macigno della violenza repressa, soffocata per anni, cui dare libero sfogo quando se ne presenti il momento. Alla maniera di Travis, per intenderci (protagonista del capolavoro Taxi driver, film molto più vicino, a tal proposito, a C’era una volta a… Hollywood che a Giocher, cui è stato invece indegnamente accostato). I due amici del film di Tarantino sono, ancora una volta, dei bastardi senza gloria, che non agiscono per spirito di giustizia, né per incarnare la quintessenza di una qualche forma di eroismo, socialmente pericoloso e infantilmente autoreferenziale (alla Giocher insomma), ma per espiare, quasi fosse un rituale catartico, le proprie insofferenze sociali. Per ritrovarsi e ritornare al proprio posto nella piramide sociale, sconfitti seppur carnefici; come prima, più di prima.

Gabriele Santoro

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LA SOLITUDINE DEI NUMERI NERI (su “Get out” di J. Peele)

Ho fatto un sogno. In esso ero al cospetto del gagliardissimo Barach Obama e gli chiedevo, febbricitante, di fare una foto con lui. Ma non facevo un autoscatto. Preferivo incaricare qualcuno di scattare la foto, affinché il flash colpisse lo sguardo dell’ex presidente, del gagliardissimo presidente. Il perché è chiaro: prima di andare a letto e fare questo inequivocabile sogno, avevo goduto della visione di un film meraviglioso, Get out, di Jordan Peele. Non un film sul razzismo, come più volte è stato etichettato. Un film sulla razza nera, raccontata nel suo microcosmo e dagli stessi fratelli afroamericani.

get out

Premettiamo che la parola “razza” non è ancora stata estirpata dal nostro vocabolario e che la nostra lingua non può essere oggetto di strumentalizzazione ideologico-politica (che si tratti di partiti destrorsi o che, ancora peggio, si tratti di beceri partiti mancini) e di una tale deriva semantica che ne stigmatizzi l’uso, manco fosse una bestemmia. Tale parola è al centro, nel film, di un revisionismo culturale che pone fine ad ogni retorico collateralismo di intellettualini, di borghesi piccoli piccoli, relativo alla causa abbracciata dal pensiero unico, monolitico e livellato al più sinistro progressismo. Abbandoniamo dunque ogni orpello buonista che addobba questo densissimo tema per approdare ad un’analisi critica, fredda del fenomeno.

Il film narra le vicende di un ragazzo di colore che si appresta a fare un lungo viaggio in auto per conoscere i genitori della fidanzata. Conoscerà dunque una famiglia bianca alto-borghese dallo spirito apparentemente tollerante e di mentalità aperta. Quest’apertura però si rivelerà ben altro: il ragazzo noterà strani atteggiamenti assunti sia dai suoceri (e dai loro amici) che dal cognato che dalla servitù (è proprio il caso di chiamarla così!) di colore che lavora nella villa in cui è ospite; arriverà dunque a comprendere giusto in tempo che si tratta di un complotto nei suoi riguardi da parte di una famiglia che da anni recluta gente nera (col pretesto della frequentazione con la figlia, anch’ella complice) per ipnotizzarla, lobotomizzarla e fare di essa carne da macello e oggetto di esperimenti scientifici (trapianto di cervelli eterorganici nei corpi di queste inconsapevoli vittime). Trametta banale, se non fosse accompagnata da una messinscena da film di culto, con sequenze magistrali che rimangono subito impresse e che potrebbero tra qualche anno entrare a buon diritto nell’immaginario collettivo, e da una sceneggiatura ben scritta e mai fuori contesto o sopra le righe.

Cominciamo con un’analisi meramente estetica del film. E iniziamo col dire che il film non presenta incredibili colpi di scena, né dunque un soggetto che risponda ai topoi narrativi tanto in voga in questo periodo (topoi di cui Nolan, per esempio, si fa pioniere, senza esserlo, ormai da decenni). Il film scorre via con risvolti il più delle volte prevedibili. Ma cosa fa di un film un buon film? Il fatto che debba stupirci con il soggetto? No, è la sceneggiatura che afferisce al campo dell’estetica, non il soggetto, e solo l’estetica di un film è autorizzata a sconvolgere, scuotere, provocare. Ricordiamo a proposito che i maggiori capolavori di drammaturgia greco-antica (siano esse tragedie o commedie), che rappresentano il repertorio artistico, letterario e culturale dell’Occidente (quello sano), erano basati su storie che lo spettatore magari conosceva già (lo stesso discorso vale per i capolavori di musica lirica). Eppure la magnificenza di un’opera sembra prescindere da quest’aspetto. Il bello propriamente detto, inteso esclusivamente in modo oggettivo, travalica i confini della semplice lettura “fabulistica”. L’antica Grecia, detentrice, essa sì, dell’estetica e delle sue origini, della grammatica che la governa e delle dinamiche che la compongono, aveva già rivelato al mondo (e al mondo del cinema che verrà, giusto due millenni e mezzo più tardi) i segreti più reconditi, ma facilmente rintracciabili, della comunicazione audiovisiva e dell’arte che ne deriva. Per intenderci: riesce a stupire maggiormente un finale previsto anche dallo spettatore più sprovveduto ma esteticamente appagante (perché sceneggiato bene, recitato egregiamente o girato e diretto a dovere) piuttosto che un mirabolante congedo che faccia rimanere a bocca aperta, ma a cervello ermeticamente chiuso. L’estetica afferisce dunque alla sfera dei concetti cui un’inquadratura, una battuta o una mimica facciale dell’attante possono far riferimento. Un finale da fulmen in clausula, apparentemente modernissimo nella sua realizzazione e così tremendamente modaiolo, risulta, secondo l’analisi da noi intrapresa, anacronistico, scaduto.  E tornando allo schema tipicamente classico della drammaturgia di ogni tempo, cruciali risultano, nello svolgimento del film, le sequenze inerenti all’agnizione (“riconoscimento”, letteralmente), vale a dire la graduale presa di coscienza del nostro protagonista relativa alla sua condizione (in questo caso, di vittima di un tremendo complotto). Ci riferiamo, nello specifico, alla scena in cui un uomo della servitù domestica, a notte fonda, corre contro il protagonista, quasi come a volerlo assalire, per poi deviare verso altra direzione, una volta arrivato ad un palmo dal suo naso (si scoprirà essere chirurgicamente “posseduto” dalla coscienza del nonno della ragazza); o ai meravigliosi primi piani (similmente realizzati da Shyamalan in Split, per esempio) grandangolari e mai a linea di sguardo sull’affilato e lacrimante viso della cameriera, peculiare già di suo, che sembra esprimere pienamente il carico emotivo di una coscienza insabbiata, occultata ma pronta ad esplodere se risvegliata; o, ancora, alla lunga sequenza del pranzo “ritualistico” nella villa dei suoceri, in cui la vividezza dei colori (predomina il giallo), in una meravigliosa giornata soleggiata, collide ossimoricamente con la crescente angoscia dettata dalla presa di coscienza, da parte del nostro protagonista, di essere completamente solo, tra bianchi criminali e neri manovrati. E l’agnizione, lo squarciamento del velo di Maya, avviene in un semplice scatto. Quando il nostro protagonista, durante il suddetto pranzo, “ruba” una foto ad un fratello afroamericano, vestito ignobilmente da bianco, succede l’imponderabile: il flash rivolto verso il viso del ragazzo provoca una reazione incontrollata che lo porta a sbraitare al protagonista di scappare da quella villa. Il flash, dunque, provoca il rinsavimento e il risveglio della coscienza assopita dell’uomo nero, condizionato, plagiato e stordito dall’uomo bianco. Un medium, quello fotografico, che sembra riscrivere la realtà, reinterpretarla e addirittura riplasmarla sul calco della giustizia e della verità. Un po’ come noi spettatori che sin da subito, godendo della visione del film, comprendiamo attraverso lo schermo la stranezza degli eventi, dei personaggi, perché tutto filtrato dal medium cinematografico (ci piace immaginare che questo parallelismo sia alla base anche del pensiero del regista).

La critica al benpensante medio americano è atroce quanto mai: quello che si rivelerà essere un nucleo familiare, anzi, un’intera comunità bianca dedita al massacro pianificato e ideologizzato di Afroamericani è anche quella fetta di popolazione americana e occidentale che davanti ai riflettori sociali (oltre che mediatici) ostenta ogni sorta di atteggiamento incondizionatamente tollerante nei confronti di ciò che essi stessi, in primis, considerano alieno. Già, perché tolleranza e solidarietà si palesano sempre in presenza di un oggetto, mai un soggetto, verso cui manifestarle. Guardando il tutto da un’altra prospettiva, potremmo a buon diritto affermare che la necessità, tanto vituperata nel film, di dover necessariamente sbandierare la propria fratellanza nei confronti della gente di colore è direttamente proporzionale, se non al disprezzo nei loro confronti da occultare ad ogni costo, secondo un contrappasso non scritto, almeno ad una latente e ignobile volontà di primeggiare, geneticamente e antropologicamente, e ad una presunzione di superiorità tutta occidentale. Il tutto dettato da un diritto auto-arrogatosi alla valutazione morale, che è sempre pregiudiziale, anche se commiserante. Il vero razzismo è questo, sembra tuonare il film: l’impellente, smaniosa, quasi fisiologica tendenza a crearsi un alibi per non apparire razzista. E questo succede al padre della ragazza non appena conosce il suo futuro genero: <<Se ne avessi avuto la possibilità, io avrei votato Obama per il suo terzo mandato>>.  Excusatio non petita, accusatio manifesta, direbbero opportunamente quei maliziosi dei latini. E, alla luce di quanto successo alla fine del film, questa sembra rivelarsi una bruciante verità che ci invita ad un ulteriore quesito: quanto c’è stato di davvero afroamericano nelle politiche di Obama? Quanto è davvero riuscito a dar voce ai suoi fratelli e all’intera comunità nera degli Stati Uniti d’America, al netto delle mistificazioni storiche, delle strumentalizzazioni (sempre positive, una sorta di razzismo rovesciato) relative al suo colore della pelle che sembravano depistare aprioristicamente ogni pur lecito dubbio inerente alle sue politiche belliche, se non addirittura guerrafondaie? Un nero è geneticamente impossibilitato a concepire ed eseguire una politica crudele, è questo che si pensa a primo acchito. E allora il paradosso filmico sorge spontaneo: e se Obama non fosse nero? Se fosse stato anche lui lobotomizzato e in lui risiedesse un’anima crudele, emersa dai bassifondi neoconservatori, in continuità con ogni politica americana che si possa definire tale? La nostra è solo una sciocca provocazione, naturalmente, come del resto lo sono il sogno raccontato all’inizio e il desiderio di rivolgere un flash contro il viso gagliardissimo del gagliardissimo presidente, per appurare che in lui non risiedano recondite coscienze. Spunti, tuttavia, che dovrebbero aiutarci a comprendere che una stessa parte di comunità afroamericana (e afroccidentale in generale) ha tradito la sua stessa gente. Un Obama o un qualsiasi altro uomo di colore che si atteggi a uomo bianco (un po’ come fa il ragazzo, poi in preda alla crisi sopracitata, che nel film è vestito da gangster anni 30 e accompagna una vecchia signora imbellettata) non fanno altro che disattendere le speranze della comunità cui appartengono: speranze di affrancamento dall’uomo bianco, che non può essere un fratello e mai lo sarà. Mischiare anche solo culturalmente le razze (sì, le razze) crea un cortocircuito irreversibile, per cui si rimane contagiati dall’imperialistica disfunzione erettile cui è spesso in preda l’uomo bianco, convinto di poter fottere tutto il mondo e ingravidarlo, nonostante la sua impotenza civile. Il seme della suprema cultura innestato persino in organismi biologicamente non compatibili al nostro modus vivendi, ma che, anziché creare rigetto, crea organismi nuovi, intaccati geneticamente: una sorta di mostro di Frankestein che mantiene i tratti fisiognomici del buon fratello nero, inattaccabile perché tale, ma in cui cova una coscienza bruta da generale Custer. A tal proposito citiamo un altro film che affronta, probabilmente come nessun altro riesce a fare, l’ambiguità del tema dell’emancipazione dei neri in America. Parliamo del famigerato Django, di Quentin Trantino. In esso l’antagonista per eccellenza, il cattivone dei cattivoni, non è rappresentato da monsieur Candy (nel film Leonardo Di Caprio), come verrebbe da pensare, ma da Stephen, il governante della sua tenuta, interpretato da Samuel L. Jackson. Egli è l’emblema più alto e allo stesso tempo miserrimo dell’affrancamento dell’uomo nero, della sua rivalsa sociale. Ma quest’ultima avviene, esattamente come nel nostro Get out, sotto lauto pagamento: la completa concessione della propria coscienza da uomo nero. E il film gioca molto, nell’ultima parte, sulla quasi surreale ostilità di Stephen nei confronti di  un altro uomo che, a dirla tutta, è anche meno nero di lui. Siete mai stati nei sobborghi Americani? Nemmeno noi, ma crediamo vivamente che esista un razzismo nero contro la gente bianca, per un atavico e legittimo risentimento dovuto a secoli di soprusi che vengono tuttora perpetrati da noi uomini candidi e profumati, intenti a deportazioni di massa che ricordano, queste sì, i più efferati crimini del passato. Crimini che si risemantizzano nella misura in cui questa misera gente non è più funzionale, oggi, a rinfoltire la manodopera schiavile propriamente detta, una fetta della società dunque dedita alla produzione, seppur abusata; è piuttosto funzionale a creare da una parte una classe sociale che, almeno in area mediterranea, mai riuscirà a integrarsi (zombiesmo sociale) perché ibernata in una fase di limbo perenne, dall’altra una comunità oscura sfruttata in qualunque deplorevole ambito in cui l’uomo bianco non vuole più sporcarsi le mani. E crediamo che questo risentimento di certe comunità di colore provenga dall’operato di gente che, come il nostro Stephen in Django, hanno voltato le spalle alla propria comunità. Oppure, senza  lasciarsi andare a troppe elucubrazioni mentali, queste ostilità non denotano altro che le imbarazzanti falle nel sistema del contratto sociale che i buoni Locke e Hobbes hanno tentato di descrivere. Contratto che deve fare i conti con l’inconscia (ma non troppo) e biologica eterocromofobia di cui gli stessi adorabili ed ecumenici progressisti sono le prime vittime, volendolo tuttavia nascondere.

Invitiamo dunque alla visione di questo capolavoro cinematografico e, soprattutto, alla cautela mediatica quando si parla di razzismo. Invitiamo altresì tutti i chierichetti – che indirizzano il pensiero in quella fiera dell’ovvio che sono i social network e che possono farlo solo perché gli argomenti della controparte sono alquanto vacanti – a scrivere in un foglio bianco la parola razza, almeno una cinquantina di volte. Parola che esiste, che conoscono benissimo anche i fratelli neri. Parola che crea un solco profondissimo, bilateralmente influente, tra due comunità umane; l’una intenta a censurare la definizione di razza al solo fine di sopraffare quella aliena; l’altra alle prese con un’opprimente coltre di eterne ingerenze politico-civili di cui tenta invano di liberarsi, divenuta apolide oggetto, meramente numerico, di alienazione e straniamento antropologico.

Ps: Il film rivolge una critica pungente al mondo della spregiudicata e mondialista medicina del terzo millennio, deregolamentata e sprovvista di ogni eventuale argine bioetico. Sia un monito per chi crede ancora che questo mondo tecnocratico, in cui l’unica cultura ammessa e valida è quella scientifica strictu sensu, sia la forma più alta di civiltà.

Gabriele Santoro

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NON CI RESTA CHE IL CRIMINE

non ci resta che il crimine

Siamo a Roma nel 2018 e tre amici di lungo corso, con scarsi mezzi ma un indomabile talento creativo, decidono di organizzare un “Tour Criminale” di Roma alla scoperta dei luoghi che furono teatro delle gesta della Banda della Magliana.
L’idea, ne sono convinti, sarà una miniera di soldi. Abiti d’epoca, jeans a zampa, giubbotti di pelle, stivaletti e Ray-Ban specchiati, ed è fatta, sono pronti per lanciarsi nella nuova impresa.
Se non fosse che, per un imprevedibile scherzo del destino, vengono catapultati negli anni 80 nei giorni dei gloriosi Mondiali di Spagna e si ritrovano faccia a faccia con alcuni membri della Banda che all’epoca gestiva le scommesse clandestine sul calcio.
Per non parlare dell’incontro con una vulcanica e dirompente ballerina che rischia di scombinare ancora di più le carte. Per i tre amici potrebbe rivelarsi una ghiotta occasione di riscatto oppure…

ComingSoon

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THE LIGHT SIDE OF HOLLYWOOD (su “I segreti di Wind River” di Sheridan)

Vogliamo raccontarvi una storia. Ci sta un tizio che ha perso una figlia, morta ammazzata da ignoti, e che si ritrova a spalleggiare un’agente dell’FBI nelle indagini sull’omicidio di una ragazza, anch’ella morta ammazzata. Il lieto fine (si fa per dire) vede il nostro protagonista, che di mestiere fa il cacciatore (per la salvaguardia dell’indifesa fauna del luogo contro terribili predatori) rintraccerà il colpevole dell’omicidio e lo lascerà morire, male. Storiella banale, non è vero? Vi invito allora a vedere un film uscito da poco nelle sale italiane, vale a dire I segreti di Wind River. Una storia cinematograficamente a dir poco usuale, ma inserita in dinamiche narrative che lo rendono un film eccezionale. Partiamo dall’ambientazione: il film è girato interamente sulla neve. Su un bianco, tuttavia, per niente candido, ma macchiato da un colore agli antipodi simbolici: il rosso. Su un rosso, dunque, ematico. E il primissimo scorrimento di sangue è quello animale, quasi come se il regista, Taylor Sheridan, volesse gradualmente introdurci in una storia brutalmente violenta. Ma lo fa, nello stesso tempo, con un colpo di fucile roboante e acusticamente invasivo. Protagonista della sequenza è il nostro cacciatore, interpretato da Jeremy Renner, che fa del suo lavoro un orientamento etico. Annientare la ferinità animale, quel mondo di predatori seriali che minacciano l’esistenza di altri animali biologicamente impotenti al loro cospetto, rappresenta uno stravolgimento dello stato di natura di hobbesiana memoria. Uno sconquassamento, tuttavia, che non appare innaturale. Una dimensione “iperetica” nel microcosmo più selvaggio di tutto l’Occidente. Il film infatti è incentrato interamente sulle vicende di una comunità nativo-americana, quella della riserva di Wind River. In essa l’uomo bianco continua a perpetrare recidivamente, come i puma e i lupi delle nevi soggetti al mirino del fucile del protagonista, forme di indebite ingerenze politiche, sociali e civili, o, ancor peggio, forme di totale indifferenza (le autorità locali, infatti, lamentano nel film un numero di uomini insufficiente per ottemperare alla sicurezza e alla giustizia della riserva). La conquista del West si ripropone. La conquista del West, forse, non si è mai interrotta. E l’Occidente tutto sembra essere pronto a negare, se necessario, che sia mai esistito un Occidente, quello nativo-americano, diverso da quello da noi conosciuto, in cui la civiltà affondava le proprie radici su categorie a noi aliene, pericolosamente aliene, perché a noi sconosciute. La nostra società post-progressista veicola messaggi stucchevolmente perbenisti e monasteriali con ogni medium a sua disposizione, al fine di sensibilizzare noi, povere pecorelle smarrite, in tema di tolleranza nei confronti di questa o quella “minoranza” sociale. Ma la vera questione problematica, sembra suggerire il film, appare di valenza civile, non sociale. Nessuno prova a porre il tema in questi termine. Forse perché il contatto con altre civiltà sarebbe per noi poco gratificante, se non addirittura mortificante. Forse perché non troveremmo le risposte necessarie. Forse perché cerchiamo risposte dove non è necessario trovarle, in preda alla nostra smania, tutta occidentaloide, di porre l’intero mondo sotto una cappa di quella che potremmo definire onnispiegazionite acuta. Allora l’unico rimedio a questa inavvicinabilità civile è distrarre le stupidissime masse, che finiscono col blaterare sul nulla cosmico, appresso ai media di cui sopra. La vera diversità da tutelare è quella tra civiltà, in ultima analisi tra razze. Ebbene sì, questa parola si può ancora pronunciare, a dispetto del pensiero monasteriale sopra citato.

Un film, dunque, che narra le vicende di personaggi ingabbiati, stretti nella morsa di una violenza reiterata. Il protagonista è infatti attanagliato da una tragedia familiare che lo ha segnato irrimediabilmente. Che non lascia alcuna speranza, sentimento traviante e puerile (come ci ricordava già parecchi anni fa il grande Monicelli). Che lo ha portato, infine, ad una maturata capacità di “abbandonarsi al dolore”, convivere con e abituarsi ad esso (che non svanirà mai) affinché non rimanga schiacciato. Toccante ma allo stesso tempo glaciale, a tal proposito, il discorso a modo suo consolatorio del protagonista al padre della ragazza uccisa. Con cui è legato, oltre che dallo strazio, anche dalla conoscenza del mondo nativo. Il nostro protagonista non è nativo come l’amico in questione, ma nativa era l’ex moglie. Già, ex. Dopo la tragedia della morte della figlia il nostro cacciatore sembra non essere riuscito ad elaborare il lutto assieme alla moglie. Un’ennesima testimonianza della mancata convergenza di intenti esistenziali e categorie mentali tra l’uomo bianco e l’uomo (la donna, in questo caso) nativo? Più che probabile! Ma esistono uomini che riescono a vivere in un limbo, in una sorta di zona morta in cui gli sbarramenti socio-civili sembrano smussarsi. Zone d’ombra in cui uomini giusti riescono a quietarsi o a scoprire il proprio ruolo in questo mondo, a gestire l’ambivalenza, l’ambiguità di una scelta impopolare come quella di entrare senza alcun diritto di sangue in una comunità apparentemente chiusa e claustrofobica. E giusta appare anche la coprotagonista del film, un’agente dell’FBI alle prime armi, sottovalutata da tutti, ma capace di affrontare le tempeste violentissime (meteorologiche e non) che quel maledettissimo territorio abbandonato da Dio può riservare.

Passiamo adesso ad un’analisi prettamente formale. Urge a tal proposito una premessa di carattere estetico: il film può a buon diritto essere sussunto sotto la categoria del cosiddetto cinema minimalista. Quest’ultimo vede in storie il più delle volte trite e ritrite l’oggetto prediletto di formulazione cinematografica, perché capace di ottimizzare tempi, luoghi ed espedienti narrativi, tirando fuori da un piccolo cilindro opere inaspettatamente gradevoli. Questo è il cinema che oggi più ci soddisfa in tale sede. Perché non roboante o altezzosamente pretenzioso, perché genuino e frugalmente spontaneo, seppur inserito in piani di realizzazione prolissi e limatissimi. I segreti di Wind River presenta una messinscena a tratti estasiante, con scelte avvedute e mai banali (né tantomeno sopra le righe) che richiamano uno stile da western 2.0. La camera a spalla, comunque misurata e per nulla stucchevole, mitiga un netto e brusco ritorno al passato leoniano, consentendo una commistione di soluzioni estetiche caratterizzate da quella prerogativa che il cinema, ahinoi, non considera più tale: l’eleganza. Qualche esempio a riguardo: la già citata scena iniziale dell’uccisione del lupo da parte del protagonista, fulminea nella risoluzione finale e quasi commovente (nella sua naturalezza) appena qualche attimo prima, per il continuo campo e controcampo tra predatore e preda (ad evidenziare che, seppur giustificato, l’intervento umano risulta sempre chirurgicamente invasivo); le scene di conflitto a fuoco, calibratissime e corroborate da grandi prove attoriali (tra tutte quella di Elizabeth Olsen, in occasione dell’ingresso nella casa dei tre tossicodipendenti sospettati dell’omicidio, e naturalmente quella finale, di ispirazione tarantiniana ma assolutamente riformulata nella forma e nei toni); infine la scena immediatamente precedente alla carneficina finale, in cui si palesa un omaggio cinematografico (tra i più nobili e sentitamente appassionati di sempre) a Il silenzio degli innocenti. Quest’ultimo esempio merita un discorso a sé. Il film, fino a quel punto, presenta un montaggio lineare, ma il regista pensa bene di inserire, al momento opportuno, un’unica soluzione registica virtuosistica, vale a dire un brusco e inaspettato flashback che richiama, per la circostanza in cui avviene, una storica scena del grande capolavoro di Demme. Il tutto dosato, col contagocce. È questo il segreto dell’evidenza!

wind river 2

La sceneggiatura, poi, è tutto un gioco delle parti, una pantomima bella e buona capace di portarti in cielo per poi scaraventarti nella peggiore latrina umana. Da buon western qual è, il nostro film propone un registro linguistico, esposto dal protagonista, inizialmente solenne. Di una solennità quasi affettata, vistosamente anacronistica. L’America imbellettata e tronfia, dei berretti verdi e dei cecchini sulle baraccopoli mediorientali lascia spazio ad una doverosa indagine sul nauseabondo cuore della nazione, quella vera e non mediata dai colossi televisivi, quella della violenza irrilevante ai fini scandalistici, ma esistente, eccome! E lo fa scardinando questa stessa idea di America, rivoltando come un calzino il sottobosco socio-civile, per una volta protagonista in una storia hollywoodiana. I discorsi altisonanti del protagonista, i suoi dettami morali al figlio, la sua rigida postura da incallito NeoCon si sfaldano per mostrarci un uomo martoriato dalla vita, vacante nell’anima, se non fosse per il dolore che in essa alberga. L’emblema non dell’ipocrisia occidentale, ma della commiserabile e strenua tendenza ad apparire più forti di quanto si sia. Ora il rischio è che si possa sottovalutare la questione perché sottoposta ad una lente di ingrandimento, perché svuotata di ogni sana reticenza che la renda valida. Ma correremo volentieri questo rischio. E sapete perché? Ho letto i titoli di coda, e tra le figure di spicco ho notato un nome, quello del produttore del film, un uomo che ha sempre consegnato al pubblico mondiale grandi capolavori, mettendoci non la faccia, ma addirittura i soldi, scommettendo su progetti pilota che hanno rivoluzionato il cinema (non solo americano), consentendo, tanto per citare l’esempio più eclatante, ad un tipetto come Tarantino di scrivere la storia del post-moderno cinematografico.

Quasi dimenticavo, il grande produttore di cui sopra… si chiama Weinstein. E chi se lo aspettava…!

Gabriele Santoro

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L’OSCENO 2.0 (La nostra invettiva nei confronti della serialità audiovisiva)

Sapevate che i fotogrammi relativi alle scene d’azione del film L’ultimo combattimento di Chen sono stati volutamente rallentati al fine di godere delle meravigliose “coreografie marziali” del vecchio Bruce Lee che altrimenti l’occhio umano non avrebbe potuto cogliere appieno, in tutta la loro magnificenza? Storia d’altri tempi, cinema d’altri tempi. In cui un film sul grande schermo assumeva sempre, seppur sussunto sotto generi e categorie non proprio autoriali, uno statuto quasi ieratico.

Oggi parleremo, dopo un lungo e voluto silenzio a riguardo, di serialità audiovisiva. Vi chiederete cosa abbia da spartire tale argomento con la premessa fatta su Bruce Lee: assolutamente nulla! Ci andava semplicemente di raccontarla (si ringrazia a tal proposito il nostro personalissimo almanacco del cinema, l’amico Salvo). Approfondiremo, per quanto concerne il tema del giorno, due distinti ambiti di indagine: uno meramente estetico-filmico, l’altro invece socio-politico (ebbene sì, tutto è politica!).

trono di spade(viso medio di un personaggio medio di una media serie televisiva che si rispetti)

Partiamo subito col dire che la serialità è un’istanza audiovisiva per nulla sovversiva e rivoluzionaria, come erroneamente si crede, ma estremamente becera e datata. Non vi è nulla di più mortificante, per l’arte in genere, di ciò che è protratto all’inverosimile, di ciò che è stirato come fosse panno da riciclare e riciclare ancora, di ciò che è terribilmente inflazionato, insomma. Nel cinema, come nell’economia, qualunque prodotto si svaluta in modo direttamente proporzionale alla sua reiterata presenza sul mercato. E se in ambito strettamente economico l’inflazione rappresenta a volte, o così vogliono far crederci, l’igiene del mercato stesso o comunque un processo quasi fisiologico, in campo artistico non si può affermare altrettanto. Arte è infatti tutto quanto risponda, innanzitutto, all’universale e aprioristica (Kant lo definirebbe “trascendentale”) grammatica che un determinato settore ha sviluppato e sancito nel corso dei secoli. Inoltre ci si riferisce sempre alla fase esecutiva (performativa) e alle impressioni che dall’istante fruitivo scaturiscono. Il cinema come lo abbiamo conosciuto è già un formato artistico fuori dagli schemi, in quanto strumento d’espressione martoriato, scisso per antonomasia e continuamente stuprato nelle sue infinitesimali fasi di realizzazione (realizzare un film prevede una miriade di situazioni artisticamente stranianti e alienanti, dalla preproduzione ad un’ardua realizzazione fino ad una logorante fase di postproduzione). Il tortuosissimo percorso è poi reso mortificante dalla differita della trasmissione (ciò che lo differenzia dal sano teatro). Ma allora cosa fa del cinema un’arte?

Proviamo a rispondere con una geniale considerazione di Tarkovskij (mica Nolan!). Parafrasando un passo del suo La forma dell’anima, il regista russo teorizza una visione del cinema illuminante, in quanto esso viene raffrontato all’arte scultorea. Come quest’ultima, il cinema non è altro che una rielaborazione della materia: lo scultore modella la sua opera sottraendo materiale da un unico e compatto corpo; il regista, in modo analogo, modella il suo film scalfendo l’eccedenza temporale, tutto quanto rappresenti un superfluo surplus narrativo che renderebbe il prodotto audiovisivo eccessivamente prolisso o tediante. L’infinito cinematografico, l’imperituro e più grande pregio della cosiddetta settima arte, è proprio la finitezza estetico-narrativa. E l’abilità artistica di un regista risiede proprio in questo, nello scolpire il tempo adeguatamente, nel creare un giusto equilibrio tra tempo della storia e tempo del racconto (come succede in letteratura). Niente di nuovo sotto il sole, sia chiaro. Ma proprio tale semplicità concettuale sembra essere oggetto di negligenza artistico-autoriale. Oggigiorno infatti nessuno sembra essere disposto a valutare positivamente un film, anzi, nessuno più li fruisce. Tutto a favore di quanto vi sia di più sgrammaticato, scazonte, geneticamente fallace: la serie televisiva. Essa mortifica il cinema in quanto tale, il cinema in quanto arte, proprio per la suddetta motivazione. Cullandosi sugli allori di una più comoda e senz’altro endemicamente lassista scelta estetica, il regista seriale non studia le fasi del montaggio alla maniera cinematografica e non si prodiga a fare ciò cui Tarkovskij inneggia, rivendicando una certa paternità artistica del cinema di ogni tempo. Semplicemente perché non gli è richiesto nulla fuorché uno sfrenato e miserrimo compiacimento della massa informe e livellata verso una monolitica dimensione intellettuale. Allo stesso tempo, questa disabilità (o, per meglio dire, totale ignoranza) registica nel gestire i tempi della narrazione gli si ritorce contro. Perché ogni puntata di ogni dannata serie televisiva deve stupire, sconvolgere e attrarre fatalmente ogni sfrenato e febbricitante spettatore in preda ad una crisi di onanismo fruitivo (come se la serialità fungesse da strumento pornografico per il nostro già delicatissimo cervello). Che senso ha pretendere più del consentito da ogni episodio, come se fosse, ciascuno, un film a sé? E che senso ha per un regista gettarsi autolesionisticamente tra le assatanate grinfie di centinaia di migliaia di invasati? È questo il terribile paradosso, l’aporetico circolo, viziosissimo, in cui cadono inesorabilmente tutti. E i registi ottengono il massimo risultato con uno sforzo poco più che esiguo, spalmando una trametta da una sessantina di minuti in addirittura una decina di stagioni (si chiamano così?). A tal proposito ci rivolgiamo a quanti sbraitano, tronfi quasi come se le puntate di una data serie le avessero scritte loro, che gli sceneggiatori seriali sono più capaci di quelli impegnati nel cinema: una buona sceneggiatura non è quella caratterizzata da fulminanti battute o sentenze epifonematiche dispensate qua e là e oggetto di possibile emulazione. Un ottimo sceneggiatore sa quando far parlare i personaggi e quando zittirli; conosce i tempi del silenzio, dell’urlo, del pianto. Una buona sceneggiatura, insomma, è paradossalmente facile da dimenticare, perché sobria, credibilissima o sopra le righe solo quando necessario (a meno che non si tratti di Tarantino o Leone).

Tutto quanto osceno, insomma, usando un termine caro al buon Carmelo Bene, nella sua personalissima accezione di “oltre la scena”. Ed è proprio questo atteggiamento oltranzistico che plasma un’oscenità del nuovo millennio, in cui ci si immola all’altare dell’assillante ripetitività, della convulsa propensione espressiva, spacciata come tale ma che risulta essere invece solo smania, quasi allucinatamente alterata, di accumulare ingordamente informazioni audiovisive del tutto pleonastiche (come se non bastasse già il mondo dei social a contribuire a tale bombardamento quotidiano). E lasciando spazio a questo modo di far cinema, non assisteremo più al variegato mondo delle scelte registiche che fino ad ora hanno reso il cinema un nobilissimo veicolo di indirizzi stilistici. Il rapporto tra regia e tempo del racconto di cui sopra ha indotto autori d’eccezione a stabilire, nel corso degli anni, quale tipologia di racconto adottare di volta in volta: da Tarantino e la sua poetica scelta di dar spazio al futile sceneggiaturale (sia dialogico che situazionale) per dare un’impronta allo stesso tempo iperrealistica e irrealmente caleidoscopica ai suoi film fino alle proverbiali sequenze silenti e macchiettistiche, quasi da novelli western, dei fratelli Coen (per fare solo due illustri esempi di postmoderno cinematografico). Il regista è sempre meno posto di fronte alla necessità di fare del buon cinema cercando un’onesta e, in questi termini, “artistica” originalità narrativa. Non conta più, per intenderci, come si racconta qualcosa né la portata sociale del tema affrontato, ma solo la precarietà (che deve essere sempre garantita) della narrazione al fine di confluire, tutti insieme appassionatamente, in un nuovo e avvincentissimo episodio. Una sorta di ricorsività platonica che tiene ogni spettatore o fan (che brutta parola!) in una sorta di stagnante condizione di ingolfamento, perché rinchiuso in un microcosmo claustrofobico.

Approfittiamo di quest’ultima considerazione per accennare al secondo ambito d’indagine, quello socio-politico. Partiamo con l’approfondire un ambito fragilissimo, già da noi citato relativamente alle sceneggiature seriali: l’emulazione. Ad inizio Novecento, teatro e letteratura d’avanguardia proponevano una nuova forma di arte che prevedesse un più o meno totale abbattimento della cosiddetta “quarta parete“, quell’ideale muro divisorio tra attanti e spettatori o tra narratore e lettore. Nessuno avrebbe mai creduto, all’epoca, che cento anni più tardi il cinema avrebbe fatto scempio e abuso di tale tecnica narrativa a tal punto che lo spettatore potesse pericolosamente ed indebitamente appropriarsi delle dinamiche del racconto e addirittura identificarsi con i personaggi. E ogni argomento atto a confutare la tesi di un’eccessivo coinvolgimento emulativo dello spettatore crolla allorquando ci rendiamo conto che non possa essere altrimenti per via della durata di una serie e della patetica austerità, eccessivamente romanzata, delle storie raccontate (tale accattivante criterio, avanguardistico per l’epoca, appare adesso anacronistico perché applicato ad un format che deve invece presentare, come prerogativa fondamentale, l’assoluto e salvifico distacco dalla macchina attoriale e dall’intreccio stesso).

Sotto un aspetto più strettamente politico, abbiamo un’altra considerazione da fare. Si ha ultimamente come l’impressione che il mondo sia più globalizzato del solito. Le raffazzonate politiche indipendentiste, il tanto osannato modello del referendum popolare antinazionale e le varie campagne di rivalutazione di realtà regionali ormai dimenticate non rappresentano altro, in verità, che palliativi per celare una mondializzazione culturale senza precedenti. E le miriadi di serie televisive, americane e non, vendute in tutto il mondo sono solo una parte di quel mastodontico organon totalitario che ci livella nel nome dell’uguaglianza culturale (non razziale, non antropologica, ma culturale: che orrore!). Persino movimenti o partitini politici di recente formazione, che rivendicano una certa rottura col passato, non fanno altro che alimentare indirettamente un nuovo modello di italiano medio, incentivando nei propri programmi politici l’uso sfrenato del web per il dibattito politico-culturale (in luogo delle storiche piazze). Ed è come se la serialità, ormai insinuatasi nelle case di tutti noi ed esplosa come vera e propria componente cancerosa, contribuisse a somministrare a ciascun ragazzo una dose (o, per meglio dire, overdose) di stili di vita e consuetudini culturalmente troppo lontani da noi. Assistiamo allora, sempre più, ad un vero e proprio svisceramento sociale, ad uno svuotamento etico (dove per etica si intenda, etimologicamente, il costume di un gruppo sociale) e identitario. Un modus vivendi improntato alla comodità (in cui non è più necessario andare al cinema per gustarsi un film o patire la presenza disturbante di altri esseri informi chiamati umani alla quale non siamo più abituati) attecchisce, è chiaro, ovunque in modo quasi naturale. E a contendersi il monopolio di tale somministrazione sono gli storici colossi della serialità pay tv e le nuove ma altrettanto efficaci statuine della serialità via web (oltre alla pirateria, naturalmente). Prezzi più o meno ingenti e costi più che irrisori, ma il risultato è lo stesso. E i cinema? Be’, quelli continuano a sopravvivere nell’attesa che una tale ondata pro/regressista si arresti per il bene di una sana vita sociale, nostrana, non assunta endovena. Nell’attesa che, un po’ come allora, si aspetti un film al cinema perché considerato un veicolo di straordinarietà audiovisiva (e qui si ritorna alla nostra premessa su Bruce Lee), di eccezionalità persino artigianale. Nell’attesa che le miriadi di fans capiscano che la fruizione di un prodotto non dipende dalla competitiva e quasi agonistica visione altrui, né dalle aspettative o dalle spregiudicate operazioni pubblicitarie e che non deve implicare a sua volta un trastullato e autoerotico circolo di commenti in rete; e che comprendano che evitare altezzosamente i “cinepanettoni” per calarsi nella realtà seriale è solo uno snobistico spreco di energia. Infine, chi guarda serie televisive comodamente da casa vanta la possibilità di “staccare la spina” (che brutta espressione!), rilassarsi e assistere a storie da seguire senza alcun impegno intellettivo. Chi va al cinema, invece, cerca di rinsavire dallo stato di vegetazione intellettiva. E di riattaccare quella stessa spina, ad un voltaggio magari superiore.

Gabriele Santoro

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