DEADPOOL

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Basato sul personaggio dell’eroe più anticonvenzionale della Marvel Comics, Deadpool racconta la storia di Wade Wilson, partendo dal suo passato come ex membro delle forze speciali che, dopo essere stato sottoposto a un esperimento illegale che gli dona poteri di guarigione accelerata, diventa un mercenario adottando l’alter ego Deadpool. Armato con le sue nuove abilità, e con un cinico e contorto senso dell’umorismo, Deadpool dà la caccia all’uomo che ha quasi distrutto la sua vita. Deadpool è una figura unica nel Marvel Universe. Fabian Nicieza e Rob Liefeld lo hanno creato dandogli un atteggiamento spesso non supereroistico. Una controparte sarcastica degli eroi e dei cattivi che si sentono superiori a tutti e che popolano gli altri fumetti della Marvel. Deadpool spara costantemente battute taglienti e rompe la “quarta parete” rivolgendosi al suo pubblico.

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RISCHIO RETROCESSIONE (su “Youth” di Paolo Sorrentino)

Youth. <<E ‘sti cazzi!>>, verrebbe da sbraitare. Perché seguendo una nota e mordace lezione di Enzo Castellari (autore di film cult poliziotteschi e western anni ’70 e ’80), il successo di un film parte già dalla reazione del pubblico al titolo. Se quest’ultimo viene accolto con un roboante <<Me’ coglioni!>>, allora vorrà dire che sarà gradito tanto da consentire una vasta fruizione del film. In caso contrario, be’… si vada alla reazione di cui sopra. E questa dialettica e romanesca corrispondenza verbale di un più o meno acuto gusto nella scelta del titolo sono lo specchio, alle volte, di un più o meno acuto gusto registico o addirittura filmico. Il buono, il brutto e il cattivo, per esempio, ha di certo un titolo impattante, maschio, ed è anche e sicuramente un capolavoro assoluto. Ma, oggigiorno, questa genuina tendenza al buon cinema italiano di genere, che vede nella scelta del titolo l’apogeo di una tanto conclamata (all’epoca) e salvifica artigianalità del mestierante chiamato regista, si è dissolta nel nome del cinema di serie A (o presunto tale), delle pretese massimaliste (sia registiche che di scrittura), dell’autorialità limata sino all’inverosimiglianza, affettata come un prosciutto crudo. Con cui imbottire smargiasse carriere da Oscar, per lo più. E tornando al film del giorno, vale a dire La giovinezza (così preferiamo chiamarlo, in quanto italofoni), il sintagma <<’Sti cazzi>> rivela una sconfessione totale dei casti dettami del cinema italiano di genere di quegli anni da parte degli autori contemporanei e ne rappresenta, in un certo qual senso, anche la morte.

Fatta questa premessa dai toni nostalgici, tra un giudizio estremo e l’altro (cioè tra il polpettone grossolanamente farcito e il diamante di preziosa fattura, tra <<’Sti cazzi>> e <<Me’ coglioni>> per intenderci), è opportuno per una volta elencare aspetti ora positivi ora negativi del nuovo film di Paolone Sorrentino. E non di certo per atteggiamento ignavo ci porremo in mezzo alla terribile contesa tra incondizionati detrattori e strenui difensori del regista napoletano, ma perché, avendo visto, rivisto, spolpato e rispolpato La giovinezza, vi abbiamo riscontrato sia chicche che rovinose cadute di stile. Partiamo dalla trama.

Due amici ormai anziani sono in vacanza in un centro delle Alpi. Uno è un ex compositore a cui degli emissari della regina Elisabetta chiedono invano di dirigere un concerto in onore del principe Filippo, l’altro è un regista ancora in attività alle prese con il finale della sua ultima fatica. Entrambi e in modo differente, dopo aver fatto conoscenza di decine di particolari personaggi, si rendono conto di quanto siano inadeguati alla società in cui sono costretti ormai a vivere. La giovinezza è il rifacimento più europeizzante, nonostante gli attori siano delle stelle di Hollywood, del patinatissimo La grande bellezza, non tanto per la presenza di una messa in scena più sobria (rimane, difatti, anche qui compiaciutamente magniloquente) ma per la presenza di riferimenti e piccoli particolari che rimandano di certo ad una cultura elevata e non massificata: dalla grande tradizione della musica classica ormai dimenticata e contaminata dalla musica pop di bassa lega al cinema impegnato, passando per lo sport sublimato come arte. Cifre stilistiche di un’Europa che fu, non ancora surrogato di tendenze oltre oceano, ma eccezionale unicum culturale. E Sorrentino tenta nel film di ricreare tale atmosfera rarefatta, di una cultura incontaminata perché segnata dall’età dei due artisti. I quali sembrano tuttavia non aver perso il talento di una vita. Ed è quest’ultimo il cardine di tutta la narrazione. Perché ostinatamente presentato come un dono divino da cui è impossibile discostarsi, di cui è impossibile disfarsi. Ma il conflitto vero e proprio dei due protagonisti emerge allorquando al proprio talento si abbina fatalmente l’impossibilità di adattarlo al presente. I due sono infatti uomini d’altri tempi, autori veri e artisti indiscussi, ma hanno subìto una sorta di atroce condanna da parte del tempo, loro tiranno, vale a dire la progressiva perdita della memoria a lungo termine, una sorta di alzheimer all’inverso (inusuale come trattazione della fase senile in ambito cinematografico) che non permette loro di ricordare il volto dei genitori. Un singolare morbo affligge dunque i nostri protagonisti: non ricordano più la fisionomia di chi li ha messi al mondo, ma ricordano rispettivamente tutte le arie composte, tutti i concerti diretti, tutti i film realizzati e il volto di tutte le muse in essi presenti. Il talento appartiene dunque ad una memoria a sé, fuori dalle logiche comuni, fuori dal tempo, mentre l’esistenza dei due appare molto lunga, anche per mezzo delle scelte registiche volutamente prolisse. <<Dicono che la vita sia breve, ma la vita è troppo lunga!>>, diceva Jimmy Gator in Magnolia. Ed è quello che sembrano pensare ogni attimo anche i due anziani amici in questo film. Quasi a lasciare intendere che ad una certa età sarebbe preferibile perdere completamente il senno o l’esistenza stessa piuttosto che stare ad osservare il mondo che rotola inesorabilmente sempre più verso il baratro e non poter far nulla. Non perché ormai privi di talento (come detto, il talento è la colonna portante di tutto il film, a qualunque fascia d’età si faccia riferimento), ma perché ormai spossati, disillusi, demotivati. Perché vecchi, insomma. Sta qui la drammaticità del film (non si parla infatti di tragicità vera e propria), nella consapevolezza cioè che il mantenimento di un talento puro anche in tarda età crea un’inadeguatezza di fondo alla società in cui si vive, che si vorrebbe invano ancora far esplodere come nei bei tempi ormai andati. Per questo rimane un film sulla giovinezza e non sulla vecchiaia, perché tratta del conflitto quasi irrisolvibile tra giovinezza d’animo, rappresentata dal talento appunto, incorruttibile e sempre presente, e il suo involucro materiale, sottoposto invece, forse salvificamente o forse a mo’ di condanna, alle corruttele del divenire. E non ci inganni il finale: La giovinezza è un film non propriamente ed esclusivamente positivo e speranzoso, ma un film narrante illusioni, disillusioni, vittorie e sconfitte. È ora una preghiera al buon Dio di poter risorgere dalle proprie ceneri, ora un’invettiva allo Stesso, reo di condannare ogni uomo all’appassimento. La giovinezza è tutto e il contrario di tutto, insomma.

A proposito. Nessuna uomo poteva esprimere tale conflitto meglio del terzo protagonista del film, emblema vivente di un verbo divino fattosi carne sotto le mentite spoglie di una semplice dote naturale: Diego Armando Maradona. Il suo ingresso in scena è da annali del cinema, in quanto un piano sequenza lo segue fin sulla lettiga dopo che l’ormai appesantito e malato genio del pallone ha fatto un bagno in piscina. Meravigliosa, tra tutte, la scena in cui il giocatore più superomistico della storia palleggia con una pallina da tennis, d’esterno, sotto il sole e appesantito come una betoniera. Il suo talento non viene minimamente scalfito dalla spiazzante ingiustizia della natura, che la volontà umana, alla maniera di un novello Fitzcarraldo, sembra per un attimo surclassare e abbattere. La stessa volontà che fa pronunciare all’apparentemente finito Diego, ancora una volta e quasi profeticamente, la parola futuro. In nome di un avvenire insperato che, come ben sappiamo, egli tornò davvero ad avere nelle vesti di allenatore della sua Argentina dopo ben cinque ricoveri (per ipertensione cardiaca, per overdose, per epatite e infine per disfunzione renale). Riscontriamo dunque due diverse reazioni alla vita nel film: da una parte, la decisione del vecchio regista di gettarsi dal balcone dopo aver constatato quanto brutto sia diventato quel mondo che credeva di conoscere e saper raccontare bene (alla maniera del protagonista di Birdman, per certi versi); dall’altra la testimonianza, seppur romanzata ma comunque reale, di un semidio dalle sembianze esclusivamente umane e per questo parecchio sofferente, ma pronto a ricominciare strenuamente, tentando il volo un po’ come uno strafottente calabrone in apparenza impossibilitato a farlo. Un po’ come un semidio, di fatto morto, resuscitato, rimorto, e di nuovo resuscitato, e avanti così per almeno cinque o sei volte e con una disinvoltura unica. Ma Maradona è anche altro. Rappresenta una netta presa di posizione in ambito artistico e culturale, in quanto oggetto speciale di un culto che è forse divenuto tendenza, ma anche personaggio emblema di un’ostilità profonda verso ogni tipo di cultura massificata di matrice americanistoide (la presentazione di Maradona avviene di spalle, mostrando il faccione di Marx tatuato sulla schiena; motivo per cui non arriverà alcun Oscar per Sorrentino). Torniamo dunque al messaggio iniziale, secondo cui tutto ciò che è sana cultura elitaria (nell’accezione di aristocratica) non dovrebbe avere nulla a che spartire con il cattivissimo gusto trash (ancor più che pop) di orripilanti video sbandierati su emittenti musicali, di effetti speciali terribilmente sovraesposti, della imperante monnezza seriale della tv preferita al vero cinema d’autore o semplicemente al cinema. Il tutto a scongiurare un concetto di bellezza inteso esclusivamente come pomposa e pompata ricchezza visiva, proponendolo invece come completezza etico-estetica (ne è l’incarnazione Miss Universo, capace, viva Dio, anche di parlare).

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Ma allora cosa non funziona in una pellicola di cui, fino a questo momento, abbiamo tessuto esclusivamente lodi? La risposta è secca: la sceneggiatura! E se si acquisisse per un attimo il punto di vista di chi considera a buon diritto la sceneggiatura come il sinolo, come “il tutto filmico”, sia materia che forma estetica, allora questo film risulterebbe manchevole in toto. Se una messa in scena del genere fosse difatti corroborata da una sceneggiatura più pacata, più verosimile e senz’altro meno sentenziale, meno lavorata, in questo caso risulterebbe molto probabilmente un film delizioso, una vera opera d’arte. Ma se ai fasti di una pinacoteca trasposta su pellicola aggiungiamo dialoghi forzati ed epifonematici, la frittata sembra servita. E guardare La giovinezza è come assistere ad uno spettacolo circense nel quale ogni secondo esplosioni pirotecniche e salti mortali improponibili allietano (ma nello stesso tempo, alla lunga, affaticano) i nostri occhi. Il tutto appesantito da frasi che metteremmo benissimo in bocca a sciamani o santoni, quando, invece, sarebbe preferibile il silenzio (ed è lo stesso anziano regista interpretato da Keitel a trovare nel silenzio il giusto finale del suo film). E cerchiamo dunque di dare una nostra personale interpretazione di questa smania totalitaria che Paolone mette in mostra ogni qual volta impugni una camera da presa. Innanzi tutto soggetto e sceneggiatura degli ultimi due film sembrano entrambi tratti da 8½ di Fellini (ancor più che da La dolce vita). E i riferimenti sono parecchi: dagli artisti a cui manca l’ispirazione per ricominciare un percorso artistico agli ingressi in scena di personaggi bislacchi in pure stile carnescialesco e circense all’elemento onirico (presente in realtà, ma in maniera surrealistica e dunque enigmatica, già da L’uomo in più). Per non parlare poi dello stile registico manierato e manipolatissimo, in cui Sorrentino somiglia al più ebbro Scorsese: carrelli accelerati da parco avventure, dolly vertiginosi e a volte anche nauseabondi. Il tutto con un montaggio apparentemente originalissimo, in quanto tendente ad accavallare in modo alternato scene diverse prima che cambi definitivamente la sequenza, ma che in realtà richiama perfettamente lo stile di  Donn Cambern in Easy Rider. Davvero originale, invece, la scelte kubrickiane e visivamente provocatorie di girare le scene dialogiche, anziché con un usuale campo-controcampo, con deliziosi piani d’ascolto (il che rende questo film, sotto certi aspetti, impopolare) e di allungare spesso il campo di ripresa, facendo credere allo spettatore che la scena stia per cambiare, per poi ridurlo nuovamente con netti primi piani. Tanta comunque, ma proprio tanta erudizione cinematografica riscontriamo in quest’ultimissimo Sorrentino. Ma possiamo ancora chiamarlo Sorrentino? È ancora sé stesso o si compiace forse eccessivamente e senza riscontro cinematografico reale di compiere rifacimenti post-moderni di film ormai passati? Il cinema di oggi ha più bisogno di “pseudoremake” o di autori d’eccezione, che sappiano, pur ancorati nella tradizione del passato, dare un’impronta nuova alla nostra realtà culturale? Non più di cinefili e sfrenati omaggi al cinema ha bisogno la cultura occidentale, ma di chi annienti l’oggi senza nemmeno menzionare ciò che è stato ieri, bene o male che sia (l’emblema, a tal riguardo, è l’ultima pellicola di Cronenberg, di cui abbiamo già parlato in questa rubrica, vale a dire Maps to the stars). Certo, la critica allo star system è abbastanza verace anche ne La giovinezza, ed è forse anche la chiave di volta dell’intera narrazione, per via della decisione finale del vecchio regista in seguito al rifiuto della sua musa di girare con lui. Ma tutto rimane in un involucro ermetico e vincolante che si chiama “richiamo ai modelli”. È come se il cinema di Paolo Sorrentino, insomma, vivesse di eterne contraddizioni performative, e questa è la ragione per la quale il pubblico ostenta reazioni radicali e contrarie: <<o lo si ama o lo si odia>>, dice qualcuno. E se questa recensione può apparire macchiata di vaghezza di giudizio, è solo perché abbiamo cercato di essere obiettivi quanto mai nel prendere una posizione a riguardo. E il nucleo del nostro giudizio sul Paolone nazionale è questo: il suo cinema è (diventato?) una pericolosa combinazione di cinema d’eccezione e cinema falso-autoriale. Facendo riferimento all’ambito calcistico, tanto per rimanere in tema, il suo cinema considerato di serie A sembra franare e retrocedere molto spesso in serie cadette. Uno stile insomma campato in aria, apparentemente barcollante, vago.

Ma La giovinezza è portatrice sana di una speranza, e cioè che, vista la parziale evoluzione rispetto al precedente La grande bellezza, il cinema di Sorrentino possa tornare pian piano a vestire i panni degli esordi, quelli del capolavoro assoluto L’uomo in più, per intenderci, mirabile esempio di equilibrio tra regia e sceneggiatura al cui livello nessun altro regista è mai arrivato. Che possa dunque tornare, il buon Paolone, a guardare la realtà come i protagonisti del suo ultimo film, con quel cannocchiale girato (non in segno di vecchiaia, ma di umiltà di pretese) così da non permettergli di volgere lo sguardo altrove, troppo lontano. Che possa puntare sempre meno, con l’età che avanza, a Hollywood e possa tornare a raccontare l’Italia, la sua Napoli, il nostro dramma meridionale. Riducendo la portata magari, ma si tratterebbe di una sua, di una nostra portata. Per tornare a farci sbraitare, dalle nostre salette, l’unica cosa che vale la pena urlare: <<Me’ coglioni!>>. Titolo a parte, naturalmente.

Gabriele Santoro

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LE SIRENE DEI TRENTA

benigniSuggestioni di metamorfosi. O, più verosimilmente, sosia da controfigura che assumono pensieri altri. Ma la verità è un’altra: l’agnello combattivo, integerrimo e socialmente impavido si sfianca moralmente sempre più, divenendo leone squattrinato, balordo, miserabile. Gli stati uniti d’america sono il male dell’umanità, il bene delle sue tasche; aggiungiamo che più si perde umanità, più si riempiono le tasche (o viceversa); concludiamo sillogisticamente che se ci si vuol (s)vendere a qualcuno, il miglior acquirente è l’america, il leone per eccellenza, ma miserabile per eccellenza. Due parole dunque: Roberto Benigni. Rassicuriamo tutti coloro che, in preda ad un shock anafilattico, non vorrebbero si facesse vilipendio delle spoglie del Robertone nazionale: il venduto in questione, il prostituitosi per meno di trenta denari, il corrotto nell’umanità e l’ingordo nelle tasche… è proprio lui! Che cambiamento radicale quello suo, che concessione gratuita (?) del proprio deretano! Sempre in posa, per l’abuso di messera america.

Metamorfosi, si diceva. Già, e per dimostrare lo straniante percorso involutivo di Benigni ci serviremo di due film da lui diretti e interpretati, famigerati quanto mai: Non ci resta che piangere e La vita è bella. Chiariamo all’istante: il primo è un capolavoro della storia della comicità italiana, il secondo è il maggior e probabilmente più indigesto (ad ogni uomo che mostri di avere appena un minimo di buon senso) polpettone della storia della cucina (non di certo del cinema) italiana. Ma andiamo con ordine. Non ci resta che piangere rappresenta la quintessenza del cinema d’autore; impegnato politicamente (nell’accezione di socialmente e socialisticamente); impiantato nel genere probabilmente più arduo (la commedia); indipendente. Non tanto da grosse produzioni, ma nel senso vintage del termine, in quanto svincolato da pressioni ideologiche, mediatiche, comunicative. È la storia di un bidello (Troisi) e un maestro (Benigni) che si ritrovano inspiegabilmente nel 1492. Dopo irriverenti e divertentissime peripezie, decidono di recarsi in Spagna per impedire a Colombo di partire alle volte dell’Occidente e scoprire una terra che sarebbe stata la rovina del mondo. Un film apparentemente lontanissimo da noi, ma che rivela problematiche tanto attuali quanto irrisolvibili. Perché nel 1984 si parlava già, da un lato, di una macroamerica, costituita da tutto quel calderone di ideali, ideologie, stili, modi, consuetudini, relazioni e rapporti imposti ed esportati più o meno coercitivamente; dall’altro di singole incarnazioni di tali credenziali americaniste, come Fred, lo spasimante, nel film, della sorella di Benigni. E ciò che più scuote è che sia proprio Benigni a pronunciare una feroce e sentita invettiva nei confronti di un’america sanguinaria, arrivista e carnefice. E al di là che il personaggio di Benigni sia mosso da questioni personali in questo biasimo spietato (non vuole che la sorella sposi Fred), è comunque una sequenza forte, insolita per messaggio veicolato, temerario e sfrontato, nella sua genuinità. E non si tratta di un personaggio scritturato da terzi e ad esso affidato. Il film è stato scritto e diretto da Troisi e dallo stesso Benigni, quindi è chiaro che Robertone abbia plasmato la personalità di questo combattivo maestro delle elementari sulla propria, a propria immagine. Un film a loro misura insomma, sfottente sino all’esasperazione, in cui la consapevolezza intellettuale di Benigni viene mitigata dalla (solo) apparente incoscienza intellettuale di Massimo Troisi. Un film in cui l’ironia diventa satira ma permane nell’ambito dell’umiltà più assoluta. Forse perché così diretta, defronzolata, destrutturata. Il monologo di Benigni appoggiato sul muro dell’ingenua Pia non ha nulla di malizioso. Non ha nulla dell’odierno Crozza, per intenderci. È satira solo ciò che verrà dopo, nella carriera del comico toscano. Quello, be’, è solo uno sfogo antiamericano che tutti vorrebbero sbraitare al mondo intero. E l’invettiva è reiterata, tanto che per tutta la sequenza successiva si discute sul talento degli americani, arrivando alla conclusione spropositatamente iperbolica secondo la quale nell’arte non esiste un solo americano degno di nota. Troisi e, ancor di più, Benigni sembrano entrare a gamba tesa senza temere un’espulsione. Ma il sistema mediatico sa come tappare buchi e rimediare alle situazioni spiacevoli. Sa insomma disinnescare mine vaganti e fare, all’occorrenza, da artificiere. Perché due sono le strade che portano all’omologazione informativa: l’eliminazione secca o la corruzione. E l’espulsione di cui sopra, per Benigni, non arriva. Ma arriva, ahinoi, una telefonata dall’alto.

È chiaro che il sistema americanistoide abbia visto una vena pungente in Benigni da poter rigirare a proprio vantaggio nemmeno fosse stata una frittata di uova e cipolle. E probabilmente non esiste cosa più umiliante e mortificante che essere tagliato fuori permettendoti di rimanere dentro. Trasmutandoti in ogni tua essenza. Modificandoti geneticamente. Perché ne La vita è bella è presente la più toccante dichiarazione d’amore della storia del cinema. Non quella rivolta a sua moglie o alla vita, ma proprio a messera america. Perché non passa inosservato quel finale antistorico, balordo, meschino, disonesto, traviante e induttore di ignoranza profonda in cui gli ameriCANI vengono dipinti come gli affrancatori dell’europa centro-settentrionale. La storia ufficiale (e non di certo quella underground) ci ha difatti insegnato che della liberazione di quella parte di europa e dei campi di sterminio si sono occupati soprattutto i ben più vicini Russi. È lapalissiano il processo di acuta mistificazione messo in atto da Benigni. Raccattatore di Oscar, accattone di consensi, raccoglitore di applausi. Caro Benigni, “gli applausi dicono molto di chi applaude e poco di chi è applaudito”, diceva un saggio professore. E a questo proposito, la fama di questo film denota un’elevatissima negligenza storica di chi lo preferisce a tanti altri. È logico che se avesse presentato i Russi come liberatori dei campi non sarebbe riuscito a vedere Los Angeles neppure col binocolo. Ma di fronte a questo bivio, avrebbe semplicemente potuto abbandonare l’idea di realizzare quel finale, con quel bambino trionfalmente e tronfiamente esibito su quel carro armato (roba da accapponare la pelle, a testimonianza del fatto che in america tutto termina con scorrazzate barocche e millantatrici). E invece no! Decide piuttosto di calare l’asso e mostrarci una sequenza da reato penale, penalissimo. Sia chiaro: ciascuno di noi è in vendita ed ha un prezzo in questo mondo. Ma qui non si tratta di costi e sconti, ma dell’esorbitante scarto intercorso tra il Benigni critico e quello politicamente corretto, tra la spina nel fianco di una cultura somministrata per endovena e l’amico fidato della stessa, di cui è oramai barboncino raccattaosso. Se facessimo l’esperimento di vedere prima Non ci resta che piangere e immediatamente dopo La vita è bella, rimarremmo spiazzati, disorientati. Un altro regista, un altro sceneggiatore, un altro uomo. Prostituzione intellettuale, potremmo definirla. Risposta a quella telefonata di cui sopra, ahinoi, potremmo rinominarla.

E Non ci resta che piangere non è che il secondo esempio di un Benigni capitano di ventura, disincantato nella sua protesta, per niente docile o addomesticato. Il suo esordio alla regia risale infatti all’anno precedente, il 1983, con Tu mi turbi. In questo film rimane celebre l’episodio della dura presa di posizione contro il sistema bancario, con la solita verve causticamente giocherellona che lo contraddistingueva. All’invito del direttore di banca a ricevere delle garanzie economiche inerenti al prestito richiesto per un’eventuale impossibilità di estinzione del debito, Benigni ribatte: <<Direttore, allora, se io ho bisogno di una melanzana e devo andare dall’ortolano, devo avere un miliardo di melanzane a casa?>>. Benigni aveva creato un personaggio tutto suo, che aveva già esibito anni prima a teatro, il contadino toscano Cioni. E con Tu mi turbi non fa altro che trasporlo in termini cinematografici e urbani. Un personaggio ingenuo (come si nota dall’episodio della banca), squisitamente smaliziato, fortunatamente per noi poco immesso nella civilizzazione che appiattisce e smaterializza. Sotto mentite spoglie si celava in realtà un intellettuale arguto e acuto, strenuo detrattore, socialisticamente parlando, delle magagne dei poteri che contano. E per di più credente, secondo uno schema che la sinistra intellettualoide e culturalmente dominante del tempo (e di oggi) non propugnava affatto.

Esiste poi un sequel della saga “I politici ghigni… di Benigni”, si chiama La tigre e la neve. Di certo un film più apprezzabile e un tantino più onesto de La vita è bella, ma non eccessivamente convincente. Narra di un professore la cui amata entra in coma in Iraq, durante la guerra. Un film apologetico sulla figura del soldato (americano), dipinto pateticamente come un uomo qualunque che fa della paura l’elemento predominante al fronte, in quanto spossato, debole, solo, abbandonato e bla bla bla. Per carità, cose sacrosantamente vere. Ma nel frattempo Benigni dimentica di parlare del perché la guerra in Iraq, l’ennesima guerra in Iraq ci sia (cosa fondamentale). E questo vuoto pneumatico va compensato con una melensa farcitura poetica sotto cui si sedimenta il nulla, il trastullo buonista. Scomodare il D’Annunzio poeta, sommo per antonomasia (dell’Alcyone, per esempio) non basta per distrarre paraculisticamente il pubblico dalle domande cui il film davvero dovrebbe rispondere e che non prende volontariamente nemmeno in considerazione. Ma urge una doverosa digressione: probabilmente chiunque di noi svenderebbe la propria coscienza critica alla fama hollywoodiana, al denaro facilmente riscuotibile, all’ammiccamento verso i più influenti, potenti. Ma sta a noi umili fruitori cinematografici, per lo meno, giudicare quale sia stato il miglior Benigni, il vero Benigni, riconoscendo la sua fase matura negli esordi, e la sua fase corrotta, in realtà, nella sua fase considerata matura. Ammettendo inoltre che la resistenza ad una certa sottocultura di matrice statunitense non rappresenta(va) per Benigni un suo sbandieramento politico a tinte rosseggianti. Al contrario il comico che oggi è diventato, quello sì che rappresenta la vox populi progressista, mancina, satiricamente emancipata; pddina, renziana, soprattutto, neodemocristianamente europea. Protagonista di un programma di manzoniano riassestamento culturale che parte dalla latrina chiamata tv e finalizzato a riscuotere consensi politici tra i sempre più sfiduciati Italiani (ricordiamo a proposito gli appuntamenti con le esegesi della costituzione o del nostro reazionario inno nazionale). Programma pianificato, naturalmente, da quel diavolone in giacca, cravatta e pietra filosofale che il presidente Napolitano rappresenta. Non dunque burattino della sinistra italiana, si badi bene. Ma, come si è detto, suo protagonista d’eccezione, sua punta di diamante. Nulla di diverso dal rappresentante artistico dell’altro versante, Barbareschi. Ma il nostro retaggio politico-culturale, snobbante e saccente, ci impone di considerare quest’ultimo poca roba in confronto a Benigni. Eppure, cosa è peggio: l’assenza di talento o una genialità sprecata e investita male?

P.s.: Si è appositamente deliberato di lasciare in minuscolo parole come americano, americani, america, costituzione, inno nazionale, europa. Entità queste ultime troppo spesso menzionate ma così lontane da noi da non doverle nemmeno avvicinare col pensiero e da non meritare un carattere grafico d’eccezione. Sia questo un umile invito a parlare del nostro di paesino, sia esso Agira, Regalbuto, Nissoria o Leonforte, e di nient’altro sia lontano appena un palmo dal nostro naso. Tornare insomma alle culture locali è l’imperativo categorico. Non italiane, non regionali, ma solo paesane! Perché siamo così protesi col naso all’insù da non comprendere che è la realtà particolare il vero punto focale da cui ripartire. Senza troppe pretese.

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