L’OSCENO 2.0 (La nostra invettiva alla serialità audiovisiva)

Sapevate che i fotogrammi relativi alle scene d’azione del film L’ultimo combattimento di Chen sono stati volutamente rallentati al fine di godere delle meravigliose “coreografie marziali” del vecchio Bruce che altrimenti l’occhio umano non potrebbe cogliere appieno, in tutta la loro magnificenza? Storia d’altri tempi, cinema d’altri tempi. In cui un film sul grande schermo assumeva sempre, seppur sussunto sotto generi e categorie non proprio autoriali, uno statuto quasi ieratico.

Oggi parleremo, dopo un lungo e voluto silenzio a riguardo, di serialità audiovisiva. Vi chiederete cosa abbia da spartire tale argomento con la premessa fatta su Bruce Lee: assolutamente nulla! Ci andava semplicemente di raccontarla (si ringrazia a tal proposito il nostro personalissimo almanacco del cinema, l’amico Salvo). Approfondiremo, per quanto concerne il tema del giorno, due distinti ambiti di indagine: uno meramente estetico-filmico, l’altro invece socio-politico (ebbene sì, tutto è politica!).

Partiamo subito col dire che la serialità è un’istanza audiovisiva per nulla sovversiva e rivoluzionaria, come erroneamente si crede, ma estremamente becera e datata. Non vi è nulla di più mortificante, per l’arte in genere, di ciò che è protratto all’inverosimile, di ciò che è stirato come fosse panno da riciclare e riciclare ancora, di ciò che è terribilmente inflazionato, insomma. Nel cinema, come nell’economia, qualunque prodotto si svaluta in modo direttamente proporzionale alla sua reiterata presenza sul mercato. E se in ambito strettamente economico l’inflazione rappresenta a volte, o così vogliono far crederci, l’igiene del mercato stesso o comunque un processo quasi fisiologico, in campo artistico non si può affermare altrettanto. Arte è infatti tutto quanto risponda, innanzitutto, all’universale e aprioristica (Kant lo definirebbe “trascendentale”) grammatica che un determinato settore ha sviluppato e sancito nel corso dei secoli. Inoltre ci si riferisce sempre alla fase esecutiva (performativa) e alle impressioni che dall’istante fruitivo scaturiscono. Il cinema come lo abbiamo conosciuto è già un formato artistico fuori dagli schemi, in quanto strumento d’espressione martoriato, scisso per antonomasia e continuamente stuprato nelle sue infinitesimali fasi di realizzazione (realizzare un film prevede una miriade di situazioni artisticamente stranianti e alienanti, dalla preproduzione ad un’ardua realizzazione fino ad una logorante fase di postproduzione). Il tortuosissimo percorso è poi reso mortificante dalla differita della trasmissione (ciò che lo differenzia dal sano teatro). Ma allora cosa fa del cinema un’arte?

Proviamo a rispondere con una geniale considerazione di Tarkovskij (mica Nolan!). Parafrasando un passo del suo La forma dell’anima, il regista russo teorizza una visione del cinema illuminante, in quanto esso viene raffrontato all’arte scultorea. Come quest’ultima, il cinema non è altro che una rielaborazione della materia: lo scultore modella la sua opera sottraendo materiale da un unico e compatto corpo; il regista, in modo analogo, modella il suo film scalfendo l’eccedenza temporale, tutto quanto rappresenti un superfluo surplus narrativo che renderebbe il prodotto audiovisivo eccessivamente prolisso o tediante. L’infinito cinematografico, l’imperituro e più grande pregio della cosiddetta settima arte, è proprio la finitezza estetico-narrativa. E l’abilità artistica di un regista risiede proprio in questo, nello scolpire il tempo adeguatamente, nel creare un giusto equilibrio tra tempo della storia e tempo del racconto (come succede in letteratura). Niente di nuovo sotto il sole, sia chiaro. Ma proprio tale semplicità concettuale sembra essere oggetto di negligenza artistico-autoriale. Oggigiorno infatti nessuno sembra essere disposto a valutare positivamente un film, anzi, nessuno più li fruisce. Tutto a favore di quanto vi sia di più sgrammaticato, scazonte, geneticamente fallace: la serie televisiva. Essa mortifica il cinema in quanto tale, il cinema in quanto arte, proprio per la suddetta motivazione. Cullandosi sugli allori di una più comoda e senz’altro endemicamente lassista scelta estetica, il regista seriale non studia le fasi del montaggio alla maniera cinematografica e non si prodiga a fare ciò cui Tarkovskij inneggia, rivendicando una certa paternità artistica del cinema di ogni tempo. Semplicemente perché non gli è richiesto nulla fuorché uno sfrenato e miserrimo compiacimento della massa informe e livellata verso una monolitica dimensione intellettuale. Allo stesso tempo, questa disabilità (o, per meglio dire, totale ignoranza) registica nel gestire i tempi della narrazione gli si ritorce contro. Perché ogni puntata di ogni dannata serie televisiva deve stupire, sconvolgere e attrarre fatalmente ogni sfrenato e febbricitante spettatore in preda ad una crisi di onanismo fruitivo (come se la serialità fungesse da strumento pornografico per il nostro già delicatissimo cervello). Che senso ha pretendere più del consentito da ogni episodio, come se fosse, ciascuno, un film a sé? E che senso ha per un regista gettarsi autolesionisticamente tra le assatanate grinfie di centinaia di migliaia di invasati? È questo il terribile paradosso, l’aporetico circolo, viziosissimo, in cui cadono inesorabilmente tutti. E i registi ottengono il massimo risultato con uno sforzo poco più che esiguo, spalmando una trametta da una sessantina di minuti in addirittura una decina di stagioni (si chiamano così?). A tal proposito ci rivolgiamo a quanti sbraitano, tronfi quasi come se le puntate di una data serie le avessero scritte loro, che gli sceneggiatori seriali sono più capaci di quelli impegnati del cinema: una buona sceneggiatura non è quella caratterizzata da fulminanti battute o sentenze epifonematiche dispensate qua e là e oggetto di possibile emulazione. Un ottimo sceneggiatore sa quando far parlare i personaggi e quando zittirli; conosce i tempi del silenzio, dell’urlo, del pianto. Una buona sceneggiatura, insomma, è paradossalmente facile da dimenticare, perché sobria, credibilissima o sopra le righe solo quando necessario (a meno che non si tratti di Tarantino o Leone).

Tutto quanto osceno, insomma, usando un termine caro al buon Carmelo Bene, nella sua personalissima accezione di “oltre la scena”. Ed è proprio questo atteggiamento oltranzistico che plasma un’oscenità del nuovo millennio, in cui ci si immola all’altare dell’assillante ripetitività, della convulsa propensione espressiva, spacciata come tale ma che risulta essere invece solo smania, quasi allucinatamente alterata, di accumulare ingordamente informazioni audiovisive del tutto pleonastiche (come se non bastasse già il mondo dei social a contribuire a tale bombardamento quotidiano). E lasciando spazio a questo modo di far cinema, non assisteremo più al variegato mondo delle scelte registiche che fino ad ora hanno reso il cinema un nobilissimo veicolo di indirizzi stilistici. Il rapporto tra regia e tempo del racconto di cui sopra ha indotto autori d’eccezione a stabilire, nel corso degli anni, quale tipologia di racconto adottare di volta in volta: da Tarantino e la sua poetica scelta di dar spazio al futile sceneggiaturale (sia dialogico che situazionale) per dare un’impronta allo stesso tempo iperrealistica e irrealmente caleidoscopica ai suoi film fino alle proverbiali sequenze silenti e macchiettistiche, quasi da novelli western, dei fratelli Coen (per fare solo due illustri esempi di postmoderno cinematografico). Il regista è sempre meno posto di fronte alla necessità di fare del buon cinema cercando un’onesta e, in questi termini, “artistica” originalità narrativa. Non conta più, per intenderci, come si racconta qualcosa né la portata sociale del tema affrontato, ma solo la precarietà (che deve essere sempre garantita) della narrazione al fine di confluire, tutti insieme appassionatamente, in un nuovo e avvincentissimo episodio. Una sorta di ricorsività platonica che tiene ogni spettatore o fan (che brutta parola!) in una sorta di stagnante condizione di ingolfamento, perché rinchiuso in un microcosmo claustrofobico.

Approfittiamo di quest’ultima considerazione per accennare al secondo ambito d’indagine, quello socio-politico. Partiamo con l’approfondire un ambito fragilissimo, già da noi citato relativamente alle sceneggiature seriali: l’emulazione. Ad inizio Novecento, teatro e letteratura d’avanguardia proponevano una nuova forma di arte che prevedesse un più o meno totale abbattimento della cosiddetta “quarta parete“, quell’ideale muro divisorio tra attanti e spettatori o tra narratore e lettore. Nessuno avrebbe mai creduto, all’epoca, che cento anni più tardi il cinema avrebbe fatto scempio e abuso di tale tecnica narrativa a tal punto che lo spettatore potesse pericolosamente ed indebitamente appropriarsi delle dinamiche del racconto e addirittura identificarsi con i personaggi. E ogni argomento atto a confutare la tesi di un’eccessivo coinvolgimento emulativo dello spettatore crolla allorquando ci rendiamo conto che non possa essere altrimenti per via della durata di una serie e della patetica austerità, eccessivamente romanzata, delle storie raccontate (tale accattivante criterio, avanguardistico per l’epoca, appare adesso anacronistico perché applicato ad un format che deve invece presentare, come prerogativa fondamentale, l’assoluto e salvifico distacco dalla macchina attoriale e dall’intreccio stesso).

Sotto un aspetto più strettamente politico, abbiamo un’altra considerazione da fare. Si ha ultimamente come l’impressione che il mondo sia più globalizzato del solito. Le raffazzonate politiche indipendentiste, il tanto osannato modello del referendum popolare antinazionale e le varie campagne di rivalutazione di realtà regionali ormai dimenticate non rappresentano altro, in verità, che palliativi per celare una mondializzazione culturale senza precedenti. E le miriadi di serie televisive, americane e non, vendute in tutto il mondo sono solo una parte di quel mastodontico organon totalitario che ci livella nel nome dell’uguaglianza culturale (non razziale, non antropologica, ma culturale: che orrore!). Persino movimenti o partitini politici di recente formazione, che rivendicano una certa rottura col passato, non fanno altro che alimentare indirettamente un nuovo modello di italiano medio, incentivando nei propri programmi politici l’uso sfrenato del web per il dibattito politico-culturale (in luogo delle storiche piazze). Ed è come se la serialità, ormai insinuatasi nelle case di tutti noi ed esplosa come vera e propria componente cancerosa, contribuisse a somministrare a ciascun ragazzo una dose (o, per meglio dire, overdose) di stili di vita e consuetudini culturalmente troppo lontani da noi. Assistiamo allora, sempre più, ad un vero e proprio svisceramento sociale, ad uno svuotamento etico (dove per etica si intenda, etimologicamente, il costume di un gruppo sociale) e identitario. Un modus vivendi improntato alla comodità (in cui non è più necessario andare al cinema per gustarsi un film o patire la presenza disturbante di altri esseri informi chiamati umani alla quale non siamo più abituati) attecchisce, è chiaro, ovunque in modo quasi naturale. E a contendersi il monopolio di tale somministrazione sono gli storici colossi della serialità pay tv e le nuove ma altrettanto efficaci statuine della serialità via web (oltre alla pirateria, naturalmente). Prezzi più o meno ingenti e costi più che irrisori, ma il risultato è lo stesso. E i cinema? Be’, quelli continuano a sopravvivere nell’attesa che una tale ondata pro/regressista si arresti per il bene di una sana vita sociale, nostrana, non assunta endovena. Nell’attesa che, un po’ come allora, si attenda un film al cinema perché considerato un veicolo di straordinarietà audiovisiva (e qui si ritorna alla nostra premessa su Bruce Lee), di eccezionalità persino artigianale. Nell’attesa che le miriadi di fans capiscano che la fruizione di un prodotto non dipende dalla competitiva e quasi agonistica visione altrui, né dalle aspettative o dalle spregiudicate operazioni pubblicitarie e che non deve implicare a sua volta un trastullato e autoerotico circolo di commenti in rete; e che comprendano che evitare altezzosamente i “cinepanettoni” per calarsi nella realtà seriale è solo uno snobistico spreco di energia. Infine, chi guarda serie televisive comodamente da casa vanta la possibilità di “staccare la spina” (che brutta espressione!), rilassarsi e assistere a storie da seguire senza alcun impegno intellettivo. Chi va al cinema, invece, cerca di rinsavire dallo stato di vegetazione intellettiva. E di riattaccare quella stessa spina, ad un voltaggio magari superiore.

Gabriele Santoro

Condividi con gli amici